[title size=”H3″ bold=”no” align=”left” color=”#226dae” style=”” border_color=”” margin_top=”” margin_bottom=””]The women of Rebibbia. Walls of stories[/title]
[title size=”H5″ bold=”no” align=”left” color=”#226dae” style=”” border_color=”” margin_top=”” margin_bottom=””]Portfolio d’autore: un’indagine fotografica sugli spazi della vita quotidiana nella sezione femminile del carcere di Roma, la più grande d’Europa[/title]
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Nell’immaginario collettivo la vita carceraria è alimentata da film ed immagini che trattano quasi sempre la questione da un punto di vista maschile. Nell’era del movimento #MeToo e di una generale rivalsa della questione femminile ho deciso d’indagare cosa sia la detenzione per una donna: il problema della maternità, la relazione con la famiglia e il partner, la dura condizione di convivenza con le compagne di cella spesso di culture e paesi diversi.
A Roma, la mia città, la sezione femminile del carcere di Rebibbia è la più grande d’Europa. La sua gigantesca architettura, mutuata sul modello del Panopticon di Jeremy Bentham, è divisa in due corpi principali, il Camerotti (inaugurato nel 1979) e il Cellulare, le cui mura scandiscono inesorabili i tempi quotidiani della prigionia. Così, ho lasciato che questi spazi parlassero per le loro abitanti: le celle, il nido, l’infermeria, gli spazi comuni per le attività sociali ed educative, l’azienda agricola, la sala colloqui, tutti ambienti dove le prigioniere consumano la loro vita per anni.
Dato che in carcere non esiste privacy e ogni momento è sotto controllo, ho mutuato le singole prospettive personali in uno sguardo collettivo che avvicina dolore e sollievo in un’unica dimensione, in bilico nella sottile separazione tra violenza e redenzione, solidarietà e dramma. Scoprendo un mondo molto diverso dalle mie aspettative e quasi mai raccontato, questo progetto ha cambiato la consapevolezza sul mio essere e vivere il mio status di donna libera. Magari, grazie al potere della fotografia, può farlo anche in qualcun altro.



















