Ci sono architetti che, per tutta la vita, cercano. Instancabili e inquieti, saltano da unisola di sicurezza allaltra, alla ricerca di una teoria dellarchitettura ormai perduta.
I recenti testi di quattro grandi architetti, Vittorio Gregotti, Juhani Pallasmaa, Aimaro Isola e Pietro Derossi, sono il canto di cigni ormai ottuagenari o quasi, che tentano una volta di più di segnare una méta in questa ricerca. Canti di forma, background e contenuti simili, espressi tuttavia in modi indiscutibilmente personali.
Si tratta in tutti e quattro i casi di scritti brevi, solitari o in raccolta. Nel caso di Isola e Derossi, i testi raccolgono i più rilevanti saggi degli ultimi ventanni, mettendo insieme contributi anche molto diversi tra loro, dalla memoria allarticolo su rivista: inevitabilmente, alcuni sono luminosamente ispiratori mentre altri appaiono forzosamente inseriti. Il libro di Gregotti affida a una cinquantina di pagine lultimo episodio di unampia sequenza, iniziata nel lontano 1966 con Il territorio dellarchitettura, e proseguito negli ultimi anni con Larchitettura del realismo critico, Larchitettura nellepoca dellincessante (2006) e Contro la fine dellarchitettura (2008). Più particolare il caso di Pallasmaa, in cui i due curatori, Mauro Fratta e Mario Zambelli, presentano una decina di testi inediti attraverso una decostruzione, notomizzando i concetti più significativi quasi in forma di dizionario.
Vicina è la genesi culturale delle quattro posizioni, declinazioni del medesimo approccio: quello che unisce fenomenologia e progettazione architettonica in un rapporto iniziato negli anni cinquanta e oggi tanto diversificatosi.
Gregotti, più di ogni altro, persegue con eroica integrità un approccio fenomenologico di matrice trascendentale, ispirato dal pensiero di Edmund Husserl: in questa rigorosa prospettiva, il progetto è prima di tutto chiave per conoscere la realtà. Progettare significa «operare da una distanza critica», cioè distaccarsi da quello che ci appare come scontato. Contro lestemporaneità delle poetiche architettoniche, difende un baluardo di umanesimo, in cui il singolo ha ancora il potere di costruire la continuità storica: «la verità non è ma avviene», e agli architetti è data facoltà, gravida di responsabilità, di produrla.
Dopo gli esordi razionalisti, il pensiero di Pallasmaa si è spostato verso quegli approcci allarchitettura che, sulla scia della Fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty e degli scritti di Norberg-Schultz degli anni settanta, fondano lagire sugli aspetti percettivi dellesperienza abitativa. Larchitettura contemporanea è criticata in quanto sempre più «retinica», fatta per essere vista invece che vissuta. La capacità dellarchitetto si misurerà allora sulla sua abilità di costruire ambienti dove luomo possa «abitare poeticamente» (citando Heidegger, riferimento fondativo di questa corrente).
Più personale è il percorso di Isola, per cui la fenomenologia trascendentale diventa soprattutto chiave di apertura di potenziali sviluppi, più che modalità conoscitiva. Il progetto è per Isola invenzione di un nuovo possibile: atto violento e rischioso, la cui regola non può essere imposta a priori. Certo, forse nel precedente Violenza nellarchitettura (2004) la concisione del testo aiutava la comunicazione. Qui, il lirismo e il compiaciuto ermetismo fanno sì che siano forse gli scritti più tardi a interessare: quelli più biografici, che diventano memoria più che insegnamento, raccontando una teoria dellarchitettura che è riflessione di vita.
Vicina a Isola è la posizione di Derossi. Gli scritti disegnano un percorso costellato di riferimenti alla fenomenologia e allermeneutica, da Heidegger a Vattimo, da Ricoeur a Derrida. Riferimenti spesso solo metaforici ma di costante ispirazione per un agire progettuale che si pone come avventurosa relazione tra sé e ciò che è altro da sé, tra lautorialità personale e il resto del mondo: così il carattere relazionale del progetto (verso la committenza, il contesto, le condizioni specifiche, i vincoli) si esprime come continuo esperimento di un equilibrio.
Sono quattro visioni che condividono molti aspetti, e potenzialmente conducono ad altrettante derive: in Gregotti, allingessatura dellagire, soffocato in ciò che è; in Pallasmaa, a un esasperato misticismo, quasi che lestasi sia lunico obiettivo da raggiungere; in Isola, allestremizzazione di unetica della convin-
zione, secondo un pericoloso principio di autorialità; in Derossi, al fagocitare ogni riferimento, eleggendo la relazione a fine invece che a mezzo. Ma proprio il tentativo, che nelle pratiche solo a volte ha successo, di evitare queste potenziali derive accomuna infine i testi. Per tutti e quattro, è il mistero del progetto contemporaneo a contare. Per tutti e quattro, lagire dellarchitetto è teso verso un indefinibile «qualcosa»: e gli appigli, moderatamente diversificati, cui si affidano, sono solo temporanee facce di una libertà che, per larchitetto, significa principalmente responsabilità.
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