Torino. Dopo quindici anni dallultima, lOrdine degli Architetti di Torino ha svolto unindagine tra i suoi giovani iscritti. Come dice il presidente Riccardo Bedrone, «eravamo incuriositi dal fatto che sui giornali si leggesse di grande soddisfazione da parte di architetti giovani, occupati al 70% dopo la laurea, quando la nostra sensazione era opposta. Ci ha sorpreso infatti scoprire che le condizioni lavorative sono difficili ma che nessuno è pentito della propria scelta». La ricerca è stata presentata il 16 novembre nel convegno «I giovani architetti, la professione, la crisi» presso Architettura a Torino ed è il tema a cui è dedicato il numero 10 della rivista dellOrdine, Tao, leggibile su www.to.archiworld.it. È stata costruita incrociando i dati AlmaLaurea e quelli ottenuti attraverso interviste telefoniche eseguite da 4t think tank torino territori ed evidenzia che i giovani percepiscono bassi redditi (meno di 1.500 euro netti per il 61% e sono più di 2.000 solo per il 14,5%) ma sono nel complesso soddisfatti della professione (valutata 7 e 8 su una scala di 10 dal 57,7%) anche se hanno difficoltà legate a un mercato che tende sempre più al ribasso (con insolvenze e ritardi, anche del pubblico), svolgono commesse di piccolo taglio, per lo più residenziali (il 50,3%, ma un significativo 19,8% si dedica a un poco specificato «altro»), e soffrono della scarsa chiarezza sulle competenze che li porta a confrontarsi anche con ingegneri, geometri e periti (la concorrenza eccessiva fra architetti è il problema principale per il 28,1%, mentre quella con le altre categorie lo è per il 28,9%, in una domanda a risposta
multipla).
Fra i dati più significativi, validi su tutto il territorio nazionale, è la crescita consistente delle partite Iva. Il 77,8% dichiara infatti di possederne una. Nellultimo anno le occupazioni prevalenti sono state come titolare o contitolare di studio, magari con solo un dipendente (15,2%), titolare di uno studio singolo (20,1%) o libero professionista consulente e collaboratore (26,5%), mentre i dipendenti o collaboratori stabili negli studi sono il 17,1%. Lindagine sottolinea come agli inizi della vita professionale ci sia un elevato numero di partite Iva, che cresce per poi ridimensionarsi oltre i dieci anni dalla laurea adducendo che «potrebbe anche dipendere dal fatto che, parallelamente, va crescendo il numero di architetti assunti a tempo indeterminato». Considerando improbabile lassunzione in uno studio, sarebbe forse interessante capire che cosa succede dopo e quale parte di questi abbandoni sia costituita da donne, che sono meno stabili e risultano lavorare meno (solo il 24,3%, contro il 46,3% degli uomini, lavora oltre 45 ore a settimana: ma bisogna considerare che la maggior parte del campione rientra in unetà in cui si formano i nuclei familiari). La crescita di queste figure «ibride», di autonomi dipendenti di fatto e in possesso di una partita Iva «finta», è una situazione anomala e, per i giovani, il principale dato su cui riflettere, insieme al basso livello dei compensi che però coinvolge lintera categoria (e su questo gli under 40 non accampano grandi pretese: il 67,9% si acconteterebbe di meno di 2.500 euro netti al mese per allontanare le preoccupazioni economiche). Laureati, sinizia a lavorare con un rimborso spese e, se la collaborazione si consolida, si apre partiva Iva con due prospettive: rimanere nello studio o decidere che, a parità di condizioni e con poche prospettive di crescita, si rischia, cercando collaborazioni e commesse, rinunciando a un mensile fisso ma con maggiore libertà nella gestione del proprio tempo. Di fronte a questa situazione «lOrdine non può far nulla perché non ha gli strumenti», dichiara Bedrone, perché gli Ordini devono tutelare tutti i loro iscritti. La palla dovrebbe passare quindi a livelli superiori, magari con unazione da parte degli Ordini di sensibilizzazione dallinterno di tutta la categoria e verso lesterno, soprattutto in vista delle riforme fiscale e della professione (da completare entro 12 mesi) di cui tanto si sta discutendo.
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