Non è mai stato chiaro se il Pritzker venga assegnato come riconoscimento del lavoro di una vita, della presenza sulla scena mondiale o di un insieme di capolavori. Come tutti i mortali, infatti, persino i vincitori del Pritzker, insieme alle opere più riuscite, realizzano anche edifici scadenti. Lattribuzione del premio 2010 allo studio Sanaa (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa) non è stata una sorpresa. Gli architetti giapponesi hanno imposto un portfolio internazionale di progetti prestigiosi – musei, università, case alla moda, padiglioni espositivi – in vari continenti. Hanno uno stile riconoscibile fatto di superfici minimaliste e piane, strutture slanciate, un uso accorto dei rivestimenti in vetro, leggerezza, luminosità e attenzione allambiente naturale. Di fatto questo è diventato un marchio commerciale internazionale, un gradito sollievo per i clienti che vogliono giocare allo star system, evitando però le esagerazioni vistose di personalità come Frank O. Gehry e Zaha Hadid. Oltre ai singoli edifici, Sanaa ha creato un sistema, un linguaggio architettonico che fornisce soluzioni semplici, una produzione rapida e lesportazione dei progetti al di là dei confini nazionali. Questo approccio sembra più efficace nei progetti di piccola o media dimensione, come il Museo O di Lida (Giappone, 1999), che galleggia sul terreno e stabilisce una sobria relazione con la natura circostante.
Il lavoro dello studio esplora trasparenza e materialità, struttura e rivestimento. Le delicate ossature si rifanno allarchitettura tradizionale giapponese. Ma solleva inevitabilmente lannosa questione del ruolo della semplificazione in architettura. Alcuni dei progetti più grandi sembrano enormi plastici di materiali monotoni. Sanaa ha operato efficaci trasformazioni dei prototipi dellarchitettura moderna, come la struttura della Dom-ino di Le Corbusier (1914): il pregevole Padiglione di vetro del Museo darte di Toledo (Spagna, 2003) è una sottile rielaborazione del plan libre. A volte, però, il recupero di formule moderniste è fin troppo ovvio, come quando ricicla le strutture e le trasparenze del padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe (1929) o le curve biomorfiche della Casa das Canoas di Niemeyer (1951).
I lavori dello studio Sanaa eguagliano questi capolavori? A quanto pare no. Forse il Pritzker è il riconoscimento per un livello di produzione genericamente discreto, non un omaggio a edifici particolarmente eccellenti. Il lavoro dello studio è gradevole alla vista, ma mai spiazzante. Può darsi che in alcune occasioni tale semplicità rappresenti il rifiuto di affrontare le complessità dei compiti architettonici. Il Rolex Learning Center dellEpfl esemplifica alcuni rischi: un paesaggio sociale aperto di pavimenti e tetti ondulati, perforati qua e là da cortili sinuosi. Le pieghe vanno di moda, certo, ma quando leffetto della trovata si sarà affievolito il Learning Center rischia di diventare monotono. È difficile inserire biblioteche e spazi per la riflessione in una geometria così insistente. La metafora del paesaggio appare forzata, specie se ledificio è vissuto sullo sfondo del vero paesaggio svizzero.
Sejima è stata da poco nominata direttrice della prossima Biennale di Venezia. Sarà interessante vedere quale direzione prenderà, specie dopo il «falò delle vanità» dellultima, piena dinstallazioni pretenziose e stanchi cliché decostruttivisti. Cè forse qualcosa nel Dna della mostra che la obbliga a essere una sorta di negozio di tendenza? O una volta tanto potrà affrancarsi e rifocillarci i sensi e la mente con un po di architettura ponderata? A questo punto, sarebbe originale e appropriato riunire un corpo di opere di alta qualità. Sejima ha senza dubbio la cultura architettonica necessaria a realizzare questo compito.
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