La preesistenza è stata probabilmente la più difficile degli ultimi anni, una delle più celebrate architetture Art Nouveau, a cui il bando chiedeva di affiancare un nuovo edificio. A esasperare il confronto, il nuovo avrà le stesse funzioni delloriginale, a sua volta frutto di un concorso: aule e laboratori per la Glasgow School of Art, che nel 1896 garantirono al quasi esordiente Charles Rennie Mackintosh un futuro mitologico da pioniere della modernità, anche grazie alle vicissitudini finanziarie per cui la costruzione avvenne in due fasi, dando tempo al progettista per rielaborazioni più che decennali (i 50 milioni di sterline per il nuovo edificio sono invece già stanziati dal governo scozzese, con inaugurazione prevista nel 2013).
Curato da Malcom Reading Consultants nellambito di un piano di riorganizzazione del campus, il concorso in due fasi è andato a Steven Holl Architects, che si è imposto sui sei altri finalisti con un progetto dove il raffinato rapporto tra gli interni e la luce naturale attinge da Mackintosh lessenza, ma rinuncia a riecheggiare la forma.
Tra le oltre centocinquanta candidature pervenute, il gruppo dei finalisti selezionati per la valutazione anonima della giuria presieduta da David Mackay ha escluso un elenco sorprendente di star ed è stato largamente inglese e scozzese, con nellordine Benson & Forsyth, Elder and Cannon, Michael Hopkins Architects, John McAslan and Partners con Nord Architects, oltre agli irlandesi Grafton Architects, mentre fuori dalle isole sono arrivati lo spagnolo Francisco Mangado, con i locali ZM Architects, e appunto Holl, associato per loccasione al più grande studio corporate scozzese, JM Architects.
Se i progetti finalisti, con leccezione di Mangado che ha puntato sulla neutralità del nuovo, hanno cercato la chiave per riverberare verso lesterno la forma delledificio di Mackintosh, Holl ha lavorato sulla sezione, collocando una serie di volumi sfalsati per aule e laboratori sui lati lunghi delledificio – dove dei terrazzi verdi sono incastonati nelle rientranze – e un vuoto centrale attraversato da due cilindri-lucernario inclinati, che arrivano a illuminare laula magna nellinterrato; il tutto rivestito in facciata da pannelli di vetro verde riciclato. La ricerca sullilluminazione naturale governa la logica di tutti gli interni, quasi scultorei a giudicare dal modello e ottenuti peraltro da una sezione tipo che potrebbe essere canonica se non fosse per linclinazione delle superfici verticali degli spazi distributivi, dettata proprio dallo studio dellirraggiamento. Una mossa che pare il risultato semi-accademico di una riflessione a tavolino da parte di Holl sulle intuizioni di Mackintosh.
Per età biologiche e professionali, del resto, il rapporto tra i due progettisti vincitori rispettivamente nel 1896 e nel 2009 è quello tra un ventottenne ancora praticante in uno studio e un sessantaduenne con alle spalle dozzine di edifici e un cursus honorum comprensivo di tutti i riconoscimenti immaginabili per un architetto. Cose che Mackintosh non avrebbe mai avuto, morendo a sessantanni senza più essere stato capito da tempo, come Bruno Zevi sottolinea con malcelata partecipazione nei suoi Spazi dellarchitettura moderna, accomiatando leroe di Glasgow con il repertorio del genio incompreso, povero e alcolizzato. Ma al di là del dialogo impossibile tra le due biografie, sul piano dellarchitettura sembra essere stata centrata lalchimia per una sintesi tra unavanguardia di provincia e una sapiente, grande maniera globale. Se la sequela di torri collegate da elementi orizzontali appena completata da Holl a Pechino si chiama Linked Hybrid, il progetto per Glasgow è un ibrido a sua volta e potrebbe, forse, chiamarsi Mack(Holl)intosh.
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