Parlare di Adriano Olivetti a 55 anni dalla morte potrebbe avere ancora un senso? Rispondo in modo affermativo con una punta di orgoglio. Rispondo da laureato in Architettura, da osservatore dei processi culturali, da semplice curioso. Rispondo motivando la mia convinzione con i recenti fatti che stanno “investendo” l’Italia, avvenimenti che fondano radici in un Novecento che perdura tutt’oggi nonostante il calendario segni il 2015.
Le calamità naturali di questi anni, disastri “coltivati” giorno dopo giorno dall’uomo (se non volutamente, almeno per mancanza di programmi e partecipazione), ci propongono sempre le “soluzioni del giorno dopo”.
I media e i talk show sempre più spesso pronunciano il nome di Adriano come modello pionieristico di convivenza con il territorio, lo citano come modello al quale ritornare per avviarsi verso un nuovo futuro. Sempre più spesso la definizione di Urbanistica si carica di quelle responsabilità che l’ingegner Olivetti cercò di attribuirle già negli anni quaranta e per tutto il tempo in cui ricoprì la carica di Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.
Ciò che oggi è entrato di diritto (e di dovere) nelle trattazioni teoriche, ma non ancora nella cultura del costruire, era già stato teorizzato dall’ingegnere eporediese che spese un’intera vita per il riconoscimento del Piano regolatore come strumento ordinatore e principe della gestione territoriale.
La crisi economica che attanaglia l’Italia e l’Europa ci pone di fronte alla ricerca di nuovi modelli e nuove figure che sappiano sostenere e guidare tali modelli. Per assurdo il nome di Olivetti sembra ancora il più in voga e il più attuale. Purtroppo è nominato dai personaggi più inconsueti (da Beppe Grillo, a Michele Santoro, da Marco Travaglio a Romano Prodi a Francesco Rutelli e persino Silvio Berlusconi) quale modello industriale e politico. L’allora ministro Sandro Bondi scrisse addirittura un libro per tentare di creare un parallelismo tra le figure di Berlusconi e Olivetti; mai paragone fu così umiliante per l’ingegnere eporediese. Proprio la classe politica lo isolò dal Senato della Repubblica e dal mondo industriale, tentando con tutti i mezzi di confinarlo a Ivrea e renderlo silenzioso. Qualcuno si vanta con il nome di Adriano definendolo modello di industriale, modello di amministratore; qualcuno (erroneamente) continua a definirlo un “visionario”. Fabbriche, asili, mense, colonie, centri socio-assistenziali, non sembrano una visione se costruiti e non solamente narrati. Ivrea ne è testimone e il mondo lo ha più volte riconosciuto. La candidatura di Ivrea a Patrimonio dell’umanità (Unesco), seppure non riuscita, ha risvegliato un interesse critico rispetto all’architettura come esigenza dell’uomo; nonostante Ivrea non sia entrata nell’olimpo dei siti Unesco non è stata messa in dubbio la singolarità delle esperienze architettoniche e urbanistiche. Luigi Figini, Gino Pollini, Luigi Cosenza, Ignazio Gardella, sono solo alcuni degli architetti assunti alla corte di Adriano e che hanno lasciato impronte nella città di Ivrea. La candidatura non è andata a buon fine per l’incapacità degli amministratori locali di coordinare i proprietari dei numerosi edifici lasciati in eredità e per uno “spezzatino gestionale” che non tenta neppure di ridare dignità agli edifici riempiendoli di significato (la funzione). L’Unesco non ha respinto la domanda per l’assenza di materiale dignitoso ma per l’impossibilità di rendergli dignità.
Per questi motivi mi sembra ancora più necessario divulgare la storia di un uomo, la storia di un’impresa, la storia dell’architettura, la storia di un sogno quasi realizzato e di una realtà totalmente riuscita. Divulgare perché si possa risvegliare l’attenzione personale (non quella urlata di chi sventola nomi come fossero bandiere). Non mi pare giusto cedere a facili esterofilie o miti “del lontano” quando è stato il mondo a guardare con attenzione noi fino a ieri.
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