mosca. Dal 23 maggio e fino al 7 giugno si è svolta la terza Biennale di architettura, istituita nel 2008 quando la Russia, e in particolare la sua capitale, stava vivendo un boom edilizio che attirava lattenzione mondiale. Allepoca si sperava che il governo sostenesse lopportunità di creare un forum internazionale in grado di arricchire questo importantissimo settore economico. Poi cè stata la recessione, i lavori si sono fermati e il sostegno del governo non è mai arrivato. La seconda e ora la terza edizione della Biennale sono state molto più modeste della prima, ma levento è comunque uno strumento vitale per la definizione del discorso dellarchitettura russa contemporanea, offrendo decine di mostre e un ricco programma di conferenze e dibattiti. Il principale curatore delle tre edizioni (e forse anche della prossima) è Bart Goldhoorn, larchitetto olandese che nel 1996 ha fondato la più autorevole rivista russa del settore, «Project Russia», nel tentativo di introdurre i valori dellarchitettura contemporanea in un paese che agli albori dellarchitettura moderna ha contribuito con il suo genio creativo. La Biennale persegue gli stessi obiettivi didattici mostrando, fianco a fianco, le opere di architetti internazionali e russi. Il tema della prima edizione era «che cosa fare?», la seconda era dedicata agli alloggi e quella attuale esplora largomento delle identità.
Le varie mostre presentano concezioni assai diverse dellidentità, ma la maggior parte non si è discostata troppo da questo fertile tema. Forse la più riuscita è «Archiwood», che illustra gli odierni utilizzi del legno, in passato il materiale più comune nellarchitettura russa. La mostra centrale «Trends», che esibisce i lavori degli architetti russi nel contesto internazionale, è divisa in tre sezioni: Tradizione, Semplicità e Complessità. «My House» è una raccolta di case costruite di recente dagli architetti per il proprio uso. In questa edizione non ci sono mostre «importate»: larchitettura internazionale è presentata in «Nordic», mostra dellarchitettura scandinava e baltica curata dal critico di San Pietroburgo Vladimir Frolov, e in due splendidi progetti fotografici. «Cuba. Architecture of Tropical Socialism» di Alexei Naroditsky è la visione di strutture moderniste fantastiche abbandonate in mezzo a una vegetazione lussureggiante, mentre Yury Palmin ha immortalato le chiese in stile «modernismo estatico» dellarchitetto tedesco Gottfried Böhm. Un altro progetto fotografico, anche questo di Palmin, è dedicato ai padiglioni del complesso espositivo nazionale Vdnkh, che testimonia levoluzione dellimmagine di sé costruita dallUrss dagli anni trenta agli anni settanta. Lo stesso progetto di curatela di Goldhoorn, «Identificazione», invita gli architetti a indicare le loro fonti dispirazione: a sorpresa, lunico edificio che ha ricoperto tale ruolo due volte è il Palazzo dei Congressi del Cremlino di Mosca degli anni sessanta, a metà fra lo stile modernista e lo stile classico, disegnato nellepoca in cui lUrss era ansiosa di apparire come una superpotenza moderna. Indagare sulle varie identificazioni potrebbe essere un ottimo modo per capire qualcosa di noi.

Le identità dellarchitettura russa



















