New York City, terra di Frederick Law Olmsted, Robert Moses, Lewis Mumford e della Regional Planning Association, ama i progetti ufficiali grandiosi. Si può anzi dire che la pianificazione urbana e regionale – con una buona dose dispirazione tratta dallInghilterra vittoriana – sia stata teorizzata, sviluppata e attuata per la prima volta a New York. Nel suo brillante saggio Dai parchi alla regione, Francesco Dal Co ricorda che fu Mumford a portare avanti per la prima volta gli impulsi moderni impliciti nel piano della rete di Manhattan del 1811, nel progetto per il Central Park e nellingegneria rivoluzionaria del sistema idrico del Croton Aqueduct che ha reso Gotham City una metropoli.
Se New York è uno scenario naturale spettacolare, stretta tra fiumi, porti e uno scalo protetto, tutto il resto è il prodotto della progettazione umana. Quindi ritengo che i politici newyorkesi che, come gli altri funzionari americani, strombazzano di continuo il trionfo del «libero mercato» come motore dellurbanizzazione, in privato riconoscano e appoggino il concetto di pianificazione e progettazione.
Lattuale sindaco Michael Bloomberg ama sbandierare i vantaggi del mercato e del capitalismo, ma durante la sua carica ha presieduto varie iniziative di pianificazione importanti, compresi i progetti municipali per gli ultimi e imponenti spazi aperti non ancora edificati della città sui binari ferroviari preesistenti del West Side di Manhattan e di Brooklyn, un riazzonamento di Harlem e il famosissimo Plan NYC 2030. Questultimo è stato approvato nel 2006, in un periodo di forte crescita di Wall Street, e sulla base di quella tendenza economica prevedeva che la città sarebbe cresciuta di un milione di abitanti entro il 2020. Il Plan NYC 2030 proponeva unampia gamma di soluzioni ambientali per la città, ma sperava anche «di contribuire con una riduzione del 30% delle emissioni». Con la recente crisi economica, però, sembra essere stato accantonato e a malapena nominato dal governo cittadino e dai media locali.
Perché, quindi, ora la città propone un nuovo piano, il cosiddetto «Vision 2020»? Ebbene, il piano del 2006 sosteneva che la città avrebbe dovuto costruire interi quartieri per ospitare nuova popolazione, ma, mentre la maggior parte delle zone cittadine individuate per ledificazione è cresciuta lentamente, solo una sembra in pieno sviluppo, il lungomare. È proprio qui che si concentra «Vision 2020». Nel 1992 la città aveva già approvato un Comprehensive Waterfront Plan che aveva richiesto anni di studi e consultazioni ufficiali, ma è stato del tutto ignorato dal sindaco Rudolph Giuliani, il quale ha invece consegnato il lungomare agli interessi commerciali dei promotori immobiliari. Ma ledificazione sul lungomare di decine di torri di «lusso» richiederà ai quartieri uninfrastruttura sostenibile e il piano per il 2020 è proprio il tentativo di realizzarla. È questo il senso profondo di «Vision 2020» quando parla di «rianimare il lungomare con usi allettanti, spazi pubblici di qualità e impieghi pubblici legati allacqua, integrati con i quartieri adiacenti, e ampliare trasporti marittimi, svago acquatico come pure attività formative e culturali sempre legate allacqua».
Sono senzaltro questioni importanti che vanno discusse, ma lassunto dal quale il nuovo piano parte è che molti newyorkesi temono di essere usati per sostenere imponenti progetti edilizi di lusso sugli appetibili lungomare cittadini a beneficio dei costruttori, mentre altre zone sono lasciate al loro destino. Se il piano fosse ignorato come i precedenti, forse stavolta non sarebbe del tutto negativo, no?
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