Roma. A rileggere con un certo distacco le vicende dellarchitettura contemporanea più o meno recente, si fanno interessanti scoperte e si hanno improvvise rivelazioni. Abbondano i luoghi comuni e i giudizi assoluti, ostracismi e santificazioni possono essere stati applicati con equanime imparzialità allo stesso personaggio o alla stessa opera darchitettura. La conseguenza è che, di fatto, siamo spesso prigionieri dicone, simboli del bene e del male, come le classiche rappresentazioni del buono e del cattivo architetto (quello senza occhi e senza mani).
Questa banale riflessione nasce da unoccasione affatto banale, la bella mostra «Universo Rietveld» nella sua tappa romana. La premessa e la preoccupazione principale dei curatori, sia nelledizione olandese che in quella di Roma, per la quale sono state inserite significative variazioni, è senza dubbio quella di una riabilitazione di Rietveld nella sua dimensione globale, per decenni messa in ombra dalle sue icone più gettonate, la sedia rosso-blu (1923) e Casa Schröder (1924). Oggetti di culto, icone appunto, che per motivi facilmente intuibili sono diventate i riferimenti identificativi preferiti dalla critica per innalzare Gerrit Thomas Rietveld (1888-1964) alla gloria degli altari (possibilmente neoplastici). Ma questo è uno dei viziosi (e arroganti) diritti congeniti della critica, che con la lusinga e/o con la violenza utilizza lopera di un artista o di un architetto per costruire e confermare le proprie teorie. Sarebbe ovviamente ingenuo e quasi commovente pretendere «loggettività», da chi scrive e commenta, ma ogni tanto un momento di riflessione non guasta.
Dunque assistiamo alla riabilitazione di Rietveld, sottratto ai suoi ammiratori e ai suoi esegeti, aiutati in questo dai generosi curatori della mostra: scopriamo allora che larchitetto olandese non è morto nel 1925 (data che potrebbe essere suggerita dalle icone suddette e dalle loro repliche), ma nel 1964; scopriremo anche che il suo lavoro è continuato sulla linea di una ricerca non estetizzante ma attenta alle richieste del sociale soprattutto in anni oscuri, con progetti di case economiche la cui qualità è in linea con le migliori ricerche contemporanee (Werkbundsiedlung di Vienna, del 1929-32), con sperimentazioni sulla prefabbricazione basata su nuovi materiali che richiamano immediatamente le più note esperienze di Prouvé e che si ramificano nei suoi modelli di arredi «industriali». Si ricostruisce con estrema chiarezza una linea di ricerca che, partendo dalla poltrona in legno naturale del 1918 (quella su cui Rietveld è seduto davanti al suo laboratorio in una celebre foto), arriva fino alla sedia Steltman (1963): ma in mezzo, anche soltanto limitandosi alle sedie, oltre ai suoi studi sullurbanistica o sulle residenze, troviamo proposte sempre innovative, dalla Birza (1927), alla Zig-Zag (1938) o alla poltrona in alluminio (1938). Unantologia di forme, materiali e tecnologie che, in trasparenza, hanno vegliato sullo sviluppo del design. E dellarchitettura. E pensare che, a ben guardare, tutto era già in quella vecchia foto del 1918: la seggiola certo, ma bastava guardare un po meglio lo sguardo e gli occhi di Rietveld: guardavano lontano. www.fondazionemaxxi.it
«Universo Rietveld», a cura di Domitilla Dardi, Maristella Casciato e Ida Van Zijl, Roma, fino al 10 luglio. Cataloghi Electa e NAi Publishers
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